La parola conflitto rimanda a immagini di lotta e talvolta di violenza nonostante di per sé il termine indichi principalmente scontro, contrasto quindi lasci aperto a uno sviluppo che può essere vario e comprendere categorie che vanno dal conflitto psichico o intrapsichico, quello tra sé e sé, a quello con il partner o all’interno di un gruppo.

Il conflitto può essere silenzioso, nascosto oppure latente, pronto a esplodere. In tutti questi casi il rimando è, sì ad un’opposizione radicale, a collocazioni ideologiche o valoriali piuttosto che religiose diverse ma non solo: conflitto è anche guerra, le due guerre che hanno brutalmente segnato il ‘900, sono definite –  nei libri di storia  – “conflitti mondiali”.

L’epilogo di un conflitto può dunque essere la morte, per questo la parola può provocare paura.
Ciò nondimeno viviamo in un’epoca che esalta lo scontro, la lotta, in nome di un’autoaffermazione narcisistica, 
basti pensare a certi programmi televisivi, ai talk show in cui più le persone urlano più l’audience sale e chi urla di più “vince”.
L’aggressività, come istinto animale innato, muove a sua volta reazioni istintive a catena del tipo “combatti o fuggi” e come tutto ciò che è legato al nostro “cervello rettile”, agli istinti appunto, è dotato di una notevole energia e ha la capacità di collegarsi e di muovere emozioni profonde, difficilmente mediabili dalla ragione.
Ecco perché le società hanno da sempre cercato dei sistemi per gestire la conflittualità e il suo potenziale disgregante.
Ritornando al conflitto dobbiamo però riconoscere che di per sé questo, oltre ad essere inevitabile, 
non è né positivo né negativo: è semplicemente una forza senza cui non vi sarebbero cambiamenti; ciò che conta è come viene gestito e se ben gestito appunto, può essere foriero di cambiamenti costruttivi e importanti oltre che migliorare le relazioni tra gli individui e tra i popoli.

È nell’ottica di una visione diversa, non polarizzata e asfittica del conflitto che abbiamo incominciato a interessarci di Mediazione Familiare; la base della Mediazione Familiare infatti é l’idea del conflitto inteso non come antagonismo degli opposti ma come tentativo e opportunità di sintesi e quindi non a servizio di una logica “vincitori – vinti”, ma come possibilità di apertura al dialogo in vista di una trasformazione

Crisi come opportunità e non solo come pericolo, per dirla secondo il confucianesimo.

In tutto questo la Mediazione Familiare, con le sue articolazioni si dà come potenziale mezzo positivo per contenere e gestire il conflitto e il mediatore come colui che aiuta le persone a incanalare la loro energia e a elaborare soluzioni anziché litigare.  

Se però il conflitto resta un conflitto egocentrico, senza alcuna apertura all’Altro, un conflitto chiuso in cui l’altro deve solo essere eliminato, più o meno metaforicamente, non è possibile alcun cambiamento.

La Mediazione Familiare cerca di trovare un modo affinché lo scontro, l’insanabile polarizzazione del conflitto egocentrico si trasformi in un conflitto empatico in modo che l’Io, pur nella differenza talvolta costitutiva, resti aperto al Tu, lo tenga vivo dentro di sé. 

Comprendere le ragioni dell’Altro non significa doverle condividere.
E’ solo attraverso il lavoro delle parole
e dell’ascolto che è possibile curare una relazione malata, o che questa si auto-curi com’è nel caso dell’intervento di Mediazione. 

“I cinesi hanno detto che la gente ricorre alla violenza fisica perchè le parole hanno fallito. Forse per guarire la violenza occorre cominciare a guarire le parole, una cura inizia con il prestare attenzione alle parole”, come ben dice lo psicanalista James Hillman nel suo testo Il Potere. Come usarlo con intelligenza